Riflessi nell’anima – Domenica 05 luglio 2020: 14^ del Tempo Ordinario

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Dal Vangelo secondo Matteo (11, 25-30)

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Potrebbe sembrare un Vangelo da spiaggia visto l’invito perentorio da parte di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Dobbiamo ricrederci: nonostante la stagione, non è un Vangelo da spiaggia.

Nello svolgersi del racconto di Matteo questa pericope è collocata dopo un lungo periodo caratterizzato da tanta predicazione e da molti miracoli compiuti da parte di Gesù. All’evangelista Matteo serve – come lavoro redazionale – a trasmettere un primo grande messaggio: Parola e Azione non possono essere separati. Ogni Azione nasce dalla Parola; ogni Parola è chiamata a diventare Azione.  Il mistero dell’Incarnazione – “Il Verbo si è fatto carne” (Gv 1, 14) – realizzatosi in Cristo Gesù, diventa il “principio” che muove il vivere dell’uomo: udendo la Parola l’uomo vive la Vita.

All’inizio di questo nuovo annuncio l’entusiasmo creato da Gesù attorno a sé è palpabile. Ora sembra come se l’intesa tra Gesù e i suoi uditori/ammiratori si sia incrinata. A questo si aggiungono le domande e i dubbi di Giovanni Battista in merito alla messianicità stessa del Cristo, ed ancora una vera e propria ritrosia, se non vera e propria avversione, manifestata contro Gesù da parte degli scribi e dei farisei.

È un momento quasi di crisi. Certamente di stanca. Soprattutto, Gesù si rende conto che, nonostante il suo darsi da fare per portare l’annuncio del Vangelo nelle città e nei villaggi, l’impegno e lo sforzo non sortiscono gli effetti desiderati. Sente come siano tanti a chiudere le orecchie del cuore all’Avvento del Regno. Davanti alla dura realtà della “non accoglienza” e della sconfitta, Gesù decide non di gettare la spugna, ma di osservare da un’altra prospettiva. Scopriremo essere questa la prospettiva del Padre. Sì, perché il Signore del cielo e della terra quando guarda lo fa sempre con occhi pieni di stupore e di meraviglia per i piccoli particolari.

È vero, tanti hanno voltato le spalle a Gesù. Tanti cominciano a palesarsi manifestatamente avversari. È altrettanto vero, però, che i piccoli si sono aperti al lieto annuncio, hanno spalancato il cuore a Dio. Di questi Gesù si accorge ed eleva la sua preghiera al Padre.

I semi di speranza, i germogli nuovi nascono anche dove sembra tutto andare non secondo i piani. Questo è motivo per lui di esultanza.

La vera stanchezza e oppressione nella vita, allora, non è semplicemente quando i risultati sembrano non arrivare. La vera stanchezza e oppressione ci colgono quando non sappiamo più scorgere i piccoli segni di speranza. Quando non abbiamo più motivo di stupirci e meravigliarci scorgendo la foresta che silenziosamente cresce a dispetto dell’albero, unico, che fragorosamente cade. La vera stanchezza e oppressione ci coglie – bloccandoci la vita – non quando i tanti pensieri e le tante occupazioni si trasformano in ansie e preoccupazioni, ma quando non le sappiamo vivere lungo le traiettorie di Dio. Proprio così. Nel momento della prova e dell’umano scoraggiamento Gesù segue due indicazioni lungo le quali si apre al senso, alla direzione, della vita: Dio e i piccoli.

A Dio si rivolge nella preghiera. E sperimenta l’amore. Puoi anche essere un fallito – considerato tale dal giudizio degli altri – ma ci sarà un Dio che non si stancherà di manifestarti il suo amore. Un Dio che si lascia scoprire Abbà, babbo, papà… di quelli eccezionali! È intimità e confidenza che diventa preghiera di lode e di ringraziamento.

Ai piccoli apre le braccia e il cuore nell’invito accogliente: “Venite a me!”. Vieni da me, tu che lotti, soffri, speri e ti indicherò non la via d’uscita dai problemi, ma la riuscita della vita nonostante gli ostacoli.

Scopriamo, così, che il giogo di Gesù non è caricarsi i pesi della vita per portarli con fatica e sudore. Il giogo di Gesù è affrontare e vivere gli inevitabili pesi del vivere, le sconfitte e le battute d’arresto aprendo il cuore alla preghiera col Padre che ci aiuta a vedere che anche nel fallimento c’è una opportunità di rinascita. Il giogo di Gesù è aprire le braccia all’incontro con l’altro: è il fratello, è la sorella che cammina accanto a me.

Il giogo di Gesù è un tandem perché, qualsiasi esso sia, non si è mai da soli a portarlo, c’è sempre Lui che lo porta assieme a noi con-dividendo il peso e legandosi collo e cuore a noi.

È presbitero della Chiesa di Lecce e, dal 2018, parroco della Parr. Sant'Andrea Apostolo in Novoli (Le). Docente presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose Metropolitano "don Tonino Bello" in Lecce e Vice Direttore dell'Ufficio Catechistico Diocesano.

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