Alda Merini, ovvero quando la vita supera la poesia

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Il 1 novembre 2009, dieci anni fa, scompare una donna la cui personalità è tra le più significative della cultura del Novecento.

Il personaggio, dalle molte sfaccettature, è molto singolare. Da bambina manifesta una forte attrazione per il sacro – frequentando assiduamente la chiesa – ascoltando più volte al giorno la messa. Ben presto escono alcuni titoli di sue opere Paura di Dio, La Terra Santa e nel primo decennio degli anni 2000 ritorna una fase mistica in cui, tra i suoi lavori, troviamo: Mistica d’amore, Magnificat, Il paradiso, Anima, Ora che vedi Dio, ecc.

Tuttavia, da donna schietta e autentica, è consapevole che non potrà mai diventare santa «perché ho sempre in mano l’arma del desiderio», da quanto afferma lei stessa. Nonostante una vita molto difficile comprende la sua essenza, consapevole che: «L’amore è sofferenza, /pianto, gioia, sorriso. / L’amore è felicità, /tristezza e tormento».

Eccola, allora, sempre pronta a ricominciare, immaginandola volare alto e reagire al peso dell’esistenza attraverso l’amore, scrivendo: «Io ero un uccello/dal bianco ventre gentile […] Io ero un albatro grande/e volteggiavo sui mari […] Ma anche distesa per terra/io canto ora per te /le mie canzoni d’amore».

Analogamente alle Muse anche lei ama e coltiva la musica, suonando il pianoforte cosicché gli stessi versi si nutrono di vibrazioni sonore che corrispondono alle stesse vibrazioni e passioni della vita. Gli stessi titoli ‘musicali’ di alcune sue poesie come il liuto, In cima ad un violino, o singole parole e/o versi incastonati nelle sue poesie, diventano espressione di Un’ armonia (mi) suona nelle vene e pur non avendo foglie né fiori «mentre mi trasmigro/nasce profonda la luce». Benché segnata dall’esperienza della malattia, comprende la bellezza della vita tanto che arriverà ad affermare che «Più bella della poesia è stata la mia vita».

Ma in quella vita c’è anche la Puglia in quanto nel 1983 – a seguito delle nozze con Michele Pierri – vive nella “Taranto azzurra”. Poi, a causa della malattia (1986), rientra nella sua Milano con la tristezza per un allontanamento senza ritorno:

Non vedrò mai Taranto bella/non vedrò mai le betulle/né la foresta marina:/l’onda è pietrificata/e le piovre mi pulsano negli occhi. /Sei venuto tu, amore mio, /in una insenatura di fiume, /hai fermato il mio corso/e non vedrò mai Taranto azzurra, /e il mare Ionio suonerà le mie esequie. (Non vedrò mai Taranto bella).