Dignità a lavoratori e imprese? Il sindacalista Vergine: «Meglio agevolazioni  per i contributi previdenziali»

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Chi ha trovato un lavoro per lo scorso periodo natalizio riesce difficilmente a essere impiegato da un’azienda per le ormai imminenti festività di quest’anno. E così accadrà ogni volta che le ricorrenze indurranno le aziende a chiamare i rinforzi di manodopera, seppur per poche settimane. Questo è uno dei problemi causati dal decreto di dignità. L’avvertimento lo lancia Fernando Vergine, segretario nazionale Cisal metalmeccanici, che abbiamo intervistato per scovare un fiato contrario alla polifonia di critiche mosse al provvedimento voluto dal ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, per restituire dignità a lavoratori e imprese. Magari ispirati dal Natale, che induce alla magnanimità. E invece…

Vergine, prima le misure del renziano Jobs act, che prevedevano l’abolizione dell’articolo 18 e i contratti a tutele crescenti, ora il decreto dignità: si continua a girare intorno al problema del lavoro.

«L’articolo 18 costituisce un falso problema. Noi avevamo già un contratto a tutele crescenti che ha reso libere le aziende di licenziare entro tre anni, chiaramente previo il pagamento di alcune mensilità, che il giudice stabilirà quante saranno in base all’anzianità del lavoratore. Entro tre anni dal licenziamento dunque il lavoratore può avviare delle rivendicazioni, ma non può pretendere il reintegro nel posto di lavoro. E questo vale sempre ed esclusivamente per le aziende grandi, perché quando una di quelle piccole o medie ha voluto chiudere non c’è stato articolo 18 che abbia salvato nessuno».

Le aziende chiudono anche perché non ricevono i dovuti pagamenti dalle pubbliche amministrazioni.

«La banca, si sa, anticipa i soldi alle imprese, ma ovviamente predispone un piano di rientro del prestito. Se l’azienda ritarda di un mese il pagamento delle fatture, il piano crolla e deve pagare interessi sugli interessi. E pur non producendo deve pagare i tributi allo Stato. Ma anche chi lavora per le pubbliche istituzioni si trova in difficoltà, perché queste pagano tardi i lavori commissionati alle aziende».

E neanche la legge 407/90 può essere d’aiuto.

«Abbiamo fatto campare generazioni di persone con quella legge che prevede agevolazioni per l’assunzione di disoccupati. Il 60-70 per cento delle aziende deve fare una scelta: pagare i contributi o gli stipendi ai lavoratori. Se paga gli stipendi, maturi un debito nei confronti dell’Inps e dell’Erario. E se non è in regola non può ricevere i benefici fiscali. E questa è la realtà della stragrande maggioranza delle piccole e medie imprese italiane».

Il decreto voluto dal ministro Di Maio ha suscitato parecchie perplessità.

«L’effetto benefico di questa misura è di quattro proroghe del lavoro, che in alcuni casi sono sei, perché si fa riferimento al contratto collettivo nazionale di lavoro. Le agenzie interinali infatti firmano il Nidil (Nuove identità di lavoro; ndr) insieme a Cgil, Cisl e Uil, che prevede sei proroghe, che è una deroga al contratto di dignità. Ma quel che è gravissimo sono le causali».

Obbligano l’imprenditore all’assunzione. Ma se mancano i soldi…

«Certo, le causali sono impraticabili. In tantissime filiere c’erano persone che lavoravano saltuariamente. Se l’azienda aveva assunto per il periodo di Natale un lavoratore, oggi qual è la causale che consente di riprenderlo per una settimana o per quindici giorni? Nessuna. Per impiegarlo di nuovo bisogna assumere quel lavoratore a tempo indeterminato».

Però nemmeno si può accettare il precariato perenne.

«Si può sottoscrivere un contratto di prossimità. Ma qualcuno lo interpreta come condizione in peius del contratto collettivo di lavoro. Per quanto riguarda la parte salariale questo è vero, ma ti dà grandi possibilità di adattare l’accordo alle esigenze dell’azienda. Fermo restando però il diritto del lavoratore di percepire un salario dignitoso, benché nessuno abbia mai detto a quanto ammonta uno stipendio dignitoso».

Ci si regola considerando il famoso paniere.

«Sì, ma non c’è una legge dello Stato che imponga che lo stipendio minimo garantito sia di mille euro. Non lo può dire perché si innescherebbero contenziosi per tutti quei pensionati che percepiscono cinquecento euro al mese. Oggi chi è al governo deve prendersi una responsabilità importante: assicurare mille euro a famiglia».

E il reddito di cittadinanza, volto a tamponare la fame degli indigenti, crea sperequazioni.

«Diciamoci la verità sul reddito di cittadinanza: ma perché lo Stato deve favorire alcune persone dando loro ottocento euro al mese, quando invece ci sono persone che si alzano la mattina per guadagnare quella cifra? E nessuno racconti la favola del Centro per l’impiego, perché io in quarantasette anni non ho mai visto nessuno essere chiamato da questi enti per l’offerta di un posto di lavoro».

Forse pochissime persone saranno invitate a lavorare, ma lei che propone?

«Se vogliamo fare una riforma seria sugli ammortizzatori sociali, bisognerebbe fare così: concederli sì, senza far pagare i contributi all’azienda, ma appaltando le opere incompiute e a condizione che l’impresa paghi la differenza fra quello che il lavoratore percepisce dallo Stato e lo stipendio che serve per lavorare. In questo modo l’azienda si riprende e lo Stato realizza finalmente l’opera incompiuta. Questa è una proposta di legge che abbiamo pensato, ma che probabilmente è rimasta nel cassetto di qualche politico. Gli strumenti per fare le cose per bene ci sono, ma non si usano».

Stiamo parlando, però, sempre di misure che non stabilizzano un lavoratore.

«Tutti quei soldi che si vogliono dare col decreto di dignità bisogna metterli a disposizione delle aziende per finanziare intanto le assunzioni e per porre il ministero dello Sviluppo economico in condizione di fissare un obiettivo alle aziende italiane da qui a dieci anni, perché fino a oggi nessuna impresa sa dove deve andare. Facciamo un esempio?».

Se ci vuole…

«A causa del progresso tecnologico, le aziende che producevano i tubi catodici dei televisori sono morte. Allora il ministero dello Sviluppo economico deve capire cosa bisogna fare da qui a vent’anni. Pensiamo al Salento. Decine di aziende chiuse. C’è un bel mare. Ma lo sfruttiamo tre, quattro mesi all’anno. Perché? Mancano itinerari che spingano il turista ad andare verso il mare anche d’inverno. E mancano trasporti. E non dimentichiamo le aziende che hanno chiuso battenti. La Bat. L’ex sindaco di Lecce, Adriana Poli Bortone, fece impegnare Berlusconi, nel 2015, in un comizio a Lecce per le elezioni regionali, a favore degli operai di quell’azienda. Poi sono riposte speranze nella Teresa Bellanova, viceministro allo Sviluppo economico, e nella grillina Daniela Donno. Ma non si è mai combinato nulla. Mi chiedo perché quelli del Movimento cinque stelle, che ora sono al Governo, non parlano più della Bat».

Si possono indicare le strade alle imprese turistiche salentine, ma senza soldi un’azienda non produce. E i lavoratori non possono certo essere sempre precari: prima o poi dovranno essere assunti.

«Il problema dell’impresa oggi non è lo stipendio del lavoratore, ma le tasse. Anzi, l’imprenditore darebbe anche cento euro in più al lavoratore, ma non può. Prima c’era la spaccatura fra padrone e lavoratore, oggi sono sulla stessa lunghezza d’onda: entrambi boccheggiano. Ricordiamo che senza azienda non esistono né consulente del lavoro, né commercialista o sindacato, né lavoratori».

Il solito problema: se si regala un pesce a un affamato lo si sazia per un giorno, mentre se gli si insegna a pescare…

«Ammesso che siano controllate, le persone beneficiate dal reddito di cittadinanza saranno tentate a cercare lavoro nero. Così accumuleranno due stipendi. Invece i soldi bisogna investirli in modo differente: aiutando le aziende. Bisogna affrancare le imprese dal peso dei contributi previdenziali per i lavoratori. Non esiste altra strada».