Referendum del 17 aprile, occorre votare per riaffermare un principio di sovranità popolare

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Cosa sia un referendum ormai è cosa nota. Dopo la consultazione sul divorzio in era democratico-cristiana, non c’è più stato un coinvolgimento così alto sui quesiti posti al giudizio del popolo sovrano. La chiamata alle urne del 17 aprile ha aperto un’accesa discussione sul tema petrolio in Italia, ed ha scoperchiato, come è d’italico costume, tutti questi scandali, che nel Belpaese non sono mai mancati forse sin dal 1946.

Premesso che la libertà individuale, o meglio la pseudo libertà individuale è sacra ed inviolabile, è indubbio che sia meschino e antidemocratico invitare la gente all’astensionismo come cercano di fare in molti nel Pd. Il referendum del 17 aprile sulle trivelle è un caso unico nella storia referendaria italiana, infatti è il primo ad esser stato richiesto direttamente dalle Regioni e non attraverso la raccolta firme dei cittadini. Ben 9 sono le Regioni promotrici del referendum (in partenza 10 ma l’Abruzzo si è defilato lo scorso gennaio), ciò significa che il Governo, nel proporre questo comma, non ha ascoltato le Regioni direttamente interessate dal provvedimento. Ciò che risulta ancor più singolare è che la maggioranza delle Regioni richiedenti sono governate dal Pd, quindi appartengono allo stesso partito che ha deciso la norma e che invita all’astensionismo. Quale sia stato l’iter di questo referendum siamo adesso chiamati alle urne, e occorre andare a votare per non sprecare i 3-400 milioni di euro che questa consultazione costerà. Vincere sperando che non si raggiunga il quorum vuol dire rinnegare tutti quelli che hanno dato la vita, generazioni fa, per darci il suffragio universale. Il quesito è sulla durata temporale delle trivelle. Le concessioni adesso durano 30 anni con possibilità di proroga fino all’esaurimento del giacimento. Il referendum vuole che, per il futuro e per le sole concessioni entro le 12 miglia, una volta scaduti questi 30 anni, non possano esserci proroghe. Il quesito riguarda una ventina di concessioni della Edison e dell’Eni che “scadranno” fra il 2017 e il 2027. Sono in Adriatico (Emilia Romagna, Marche e Abruzzo), in Sicilia e nel mar Ionio (Calabria). Di queste concessioni una è unicamente a petrolio, Rospo Mare in Abruzzo, le altre sono tutte a gas o miste. Le piattaforme fuori dalle 12 miglia non sono interessate. Il voto è un voto simbolico. I quesiti iniziali erano sei ma, di questi, cinque sono stati cancellati grazie a sgambetti più o meno aperti da parte del governo. Hanno una gran paura del voto. Oltre a cancellare cinque quesiti su sei, hanno pure deciso di non voler incorporare il voto con le amministrative di giugno, sperando nell’astensionismo. Essendo un voto simbolico, anche l’espressione del voto deve essere simbolico. Non votiamo per trenta o trentuno anni di trivelle. Votiamo per dire al governo che tipo di Italia vogliamo. Una Italia fossile, che si ancora al passato, con tutta questa pletora di morte, di ministri, di amanti, di bugie, o una Italia che con coraggio guarda al futuro e programma un paradigma energetico diverso, fatto di energia pulita e di coscienze pulite. L’Italia è un paese fragile. Trivellare significa stuzzicare e modificare delicati equilibri naturali di cui non sappiamo niente. Tutto il Ravennate è sottoposto a fortissima subsidenza, spiagge intere sprofondano. Studi commissionati dagli stessi petrolieri in tempi recenti confermano che la maggior parte della subsidenza è causata dalle estrazioni metanifere. Eppure è un fenomeno irreversibile: una volta che la terra si abbassa non si torna indietro. La subsidenza si può solo rallentare. Quello che emerge da Viggiano (Basilicata) in questi giorni è normale per l’industria petrolifera. In alcune località del mondo i controlli sono superiori, altrove, come in Italia, arrivano tardi e c’è una spettacolare corruzione fra controllore e controllato. Ma i tentativi di avvelenare residenti e ambiente per risparmiare costi, esistono ovunque. È questa la triste verità dell’industria petrolifera: ancora più che i sussidi governativi i loro business lucrano con i sussidi non quantificabili delle nostre vite e del nostro ambiente. Ci avvelenano i polmoni ed i figli, ci deumanificano le coste con brutture industriali, puzze sulfuree insopportabili, e cozze e pesci tossici. A Ragusa, allo scadere della concessione Vega A approvata nel 1984, hanno fatto richiesta per trivellare altri dodici pozzi nel quasi silenzio generale. Viene fuori adesso che dopo decenni attorno alla piattaforma Vega A ci sono elevate concentrazioni di metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE e che non è possibile il totale ripristino ambientale. A Ravenna invece viene fuori che le cozze “sane” pescate vicino alle piattaforme erano invece state prese altrove. Quelle vere invece avevano altre concentrazioni, anche qui, di metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici. Chi mangia quelle cozze? Anche qui, tutto questo è *normale* perché si tratta di infrastrutture che invecchiano, di sostanze tossiche e corrosive, e di controlli scarsi e difficili. Un giorno in più di proroga è un giorno in più di mare malato. E se qualcuna delle trivelle avesse incidenti o malfunzionamenti? Dalla piattaforma Paguro, in cui sono morte tre persone, non vogliamo veramente imparare niente? O vogliamo dimenticare la piattaforma Eni Temash incendiatasi nel 2004, solo perché è in Egitto? O del fatto che l’Eni-Saipem ha trivellato senza certificazioni? O che l’Eni in Norvegia ha ammesso una “lack of competence” nel trivellare i mari del nord? O vogliamo dimenticare che quando in Abruzzo ci furono perdite da Rospo Mare, prima si parlò di petrolio e *dopo quattro giorni* i petrolieri corressero la stampa parlando di erba e fango, come se loro stessi non fossero capaci di distinguere il petrolio dal fango immediatamente? Non è vero che se non lo estraiamo noi lo faranno i Croati. Per tutto il parlare che si è fatto di petrolio in Croazia, i residenti dell’ex-Yugoslavia non hanno trivellato un solo pozzo. In Italia invece tiramo fuori petrolio dagli anni ’50 in Adriatico, senza chiedere niente a nessuno. Nessuna piattaforma chiuderà il 18 aprile. Per di più il lavoro petrolifero è altamente automatizzato e sono poche le persone che lavorano sulle piattaforme. Giustificare le trivelle d’Italia perché “se non lo facciamo noi, lo faranno da qualche altra parte” è una offesa a tutti quelli che vivono vicino a pozzi e trivelle e mare malato. Non è distruggendo l’Italia che si migliora il resto del mondo. Il pianeta muore per colpa nostra. Del nostro uso smodato di fonti fossili. Ogni giorno leggiamo di cambiamenti climatici che progrediscono e che alterano i delicati equilibri naturali. I ghiacciai che si sciolgono, le barriere coralline che muoiono, isole che scompaiono, gli oceani che si acidificano. Occorre invece affrontare la sfida energetica con coraggio: iniziamo da qui, dal 17 aprile, riappropriandoci di quel diritto di decidere che ci stanno togliendo in maniera subdola.