La lezione di Peppino

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Il punto di vista

Curva TorinoSono passati 35 anni dalla morte di Giuseppe “Peppino” Impastato, assassinato dalla mafia nel lontano 1978. E 35 anni sono un lungo periodo, o perlomeno abbastanza lungo per poter agire veramente per il nostro Paese.

Ma cosa abbiamo davvero fatto? Abbiamo forse fermato la Mafia? Abbiamo fatto leggi che ripulissero la nostra nazione da questi parassiti, perché altro non sono? Abbiamo ripulito i concorsi pubblici dalle intromissioni camorriste? Abbiamo eletto rappresentanti puliti che continuassero questa guerra per noi e per i nostri figli?

No. Non abbiamo fatto nulla di ciò. Perché la Mafia è un cancro per la gente, ma una risorsa per il potere. Perché la Mafia vota e fa votare, e con quello che sposta può fare la differenza tra una sconfitta e la vittoria nelle elezioni. Ma chi ci perde siamo sempre e soltanto noi.

Qualche giorno fa, per la morte di Andreotti, tutti i partiti si sono allineati per omaggiare lo statista che se ne andava. Non c’era l’onesta sinistra a ricordarci che era stato prescritto per associazione esterna, che il suo silenzio ha causato morti, che parlava amabilmente coi capi di Cosa Nostra. E non c’era neanche la destra nobile, né il cattolico centro, o la nordista Lega. C’erano solo tanti lacchè, impossibili da distinguere gli uni dagli altri ascoltandoli, visto che le frasi erano sempre le stesse.

Ma c’era anche la curva del Torino che, durante il minuto di silenzio imposto dalla Lega Calcio, ha risposto sventolando le foto di Falcone e Borsellino. Ci sono tante persone che ogni giorno si indignano. E altre che non ne possono più di dover piegare il capo di fronte a questi bulletti. Ci siamo noi, che come Peppino tanti anni fa, diciamo e pensiamo e urliamo che “la Mafia è una montagna di merda”. Perché noi siamo italiani, e ad imparare ci mettiamo sempre tanto, ma piano piano, Peppino, lo stiamo facendo. E non dimenticheremo la tua lezione.

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