25 Aprile, se si minano le fondamenta crolla il palazzo!

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“Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo s’incomincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E il mondo intorno a lui lo dimentica ancora più in fretta!”.  Cit. Milan Kundera


 

25 aprile 2Oggi, 25 aprile, ricorre il 71°esimo anniversario della Festa della Liberazione, dell’”Anniversario della Liberazione d’Italia”, dell’”Anniversario della Resistenza”. Tutti nomi, questi, che descrivono l’epilogo di una triste pagina di storia iniziata con la Marcia su Roma del 1922 e culminata nella violenza della guerra civile, che vide contrapposti i fascisti della Repubblica Sociale Italiana, vicini alla Germania nazista di Hitler, e la Resistenza partigiana che, supportata dagli Alleati, entrò vittoriosa nelle principali città italiane.

Certo, il tempo sfuma i ricordi e oggi gran parte delle nuove generazioni tende a riconoscere nel 25 aprile solo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la sconfitta militare della Germania nazista e l’ingresso nelle nostre città delle armate anglo-americane accolte festosamente dalla popolazione; un momento di festa popolare, quasi di folklore, per la fine di un incubo.

Ma oggi questa ricorrenza, istituita il 22 aprile 1946, ha ancora un senso? Sì, se pensiamo al frutto del 25 aprile 1945: la Costituzione.

La Costituzione è la traduzione, nell’ordinamento giuridico, dell’annuncio portato dalla Resistenza di una nuova società umana, cioè di un tempo e di una storia nuova in cui fossero risparmiate per sempre alle generazioni future le sofferenze inenarrabili che avevano patito quelle precedenti attraverso le due guerre mondiali: l’olocausto e l’asfissia di una società priva di libertà.

Certo, il fascismo ed il nazismo non torneranno mai più nella forma storica in cui noi li abbiamo conosciuti: i forni di Auschwitz non si rimetteranno a fumare un’altra volta, non vedremo un’altra volta un imbianchino con i baffi che seduce le folle, o qualcun altro con la mascella quadrata che si affaccia dal balcone di Palazzo Venezia, perché le tragedie storiche non si ripetono mai uguali. Sono episodi storici, nella loro specificità, conclusi. Questo non significa che dobbiamo rassegnarci a mettere la Resistenza negli scaffali polverosi della storia e considerare il 25 aprile come una patetica rievocazione di un passato che non ci dice più niente, come suggeriscono coloro che, spudoratamente, hanno proposto di abolire la festività civile del 25 aprile.
Questa data non parla solo del nostro passato: ci interroga sul nostro presente e pone delle domande sul nostro futuro, ci chiama a confrontarci con il dono della libertà che ci è stato consegnato dalla Resistenza, con quel patrimonio di beni pubblici repubblicani che ci è stato tramandato dalle generazioni passate, come testamento di centomila morti, perché noi lo curassimo, lo mettessimo a frutto e lo consegnassimo, a nostra volta, alle generazioni future.

Ebbene, in quel patrimonio, la giustizia, l’eguaglianza, la dignità umana non sono solo rivendicate, ma sono istituite e garantite attraverso una trama istituzionale che le rende resistenti alle insidie e alle sfide del tempo. Se i princìpi fondamentali della Costituzione sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal fascismo, tuttavia è l’architettura del sistema istituzionale che fa la differenza ed impedisce che, ove mai giungano al governo forze politiche caratterizzate da cultura o aspirazioni antidemocratiche (è proprio quello che si è verificato in Italia), queste forze possano realizzare una trasformazione autoritaria delle istituzioni, aggredendo il pluralismo istituzionale (per es. l’indipendenza della magistratura e con essa il controllo di legalità) o l’eguaglianza e i diritti fondamentali.Queste forze antidemocratiche non hanno contestato soltanto l’architettura dei poteri ma anche i princìpi fondamentali contenuti nella prima parte della Costituzione, a cominciare dal principio supremo dell’eguaglianza per finire al riconoscimento della dignità del lavoro.

Del resto, quale sia la concezione del ruolo del Parlamento che anima questi nuovi dirigenti politici, ce l’hanno dimostrato recentemente quando una ragazzotta arrogante si è assunta il ruolo di Mangiafuoco e si è presa la briga di bastonare (mediaticamente parlando) un Presidente del Senato che si era permesso di esprimere dissenso rispetto alla riforma-abrogazione del Senato, rimproverandogli di aver rotto i fili e di essere uscito dal suo ruolo di burattino nelle mani del Capo politico.

Per questo oggi non possiamo celebrare il 25 aprile ignorando il grido d’allarme lanciato da Libertà e Giustizia che vede, fra i primi firmatari, autorevoli esponenti della Cultura Costituzionale come Zagrebelsky, Rodotà, Carlassare, Pace, che il ceto politico vede come fumo negli occhi.
“Stiamo assistendo impotenti – recita l’appello – al progetto di stravolgere la nostra Costituzione (..) per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali. Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo – prosegue l’appello – l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti) a guardare. La responsabilità del Pd è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi, un piano persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto”.

Sono parole pesanti come pietre, che sferzano questo nostro 25 aprile e ci pongono delle domande a cui non possiamo sottrarci. È curioso che il Segretario fiorentino replichi a queste critiche dichiarando: “Io ho giurato sulla Costituzione, non su Rodotà o su Zagrebelsky”. Ma su quale Costituzione ha giurato il nostro Presidente del Consiglio? Non certo su quella Costituzione dove è scritto che: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (art. 1); dove è scritto: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3, secondo comma); dove è scritto: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.” (art. 48); dove è scritto: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49).

Data la sua “profonda sintonia” con quel personaggio politico che rimpiange i poteri attribuiti a Mussolini, probabilmente il nostro giovane Capo politico ha scambiato la Costituzione Italiana con la Costituzione di Arcore e adesso sta impegnando le sue energie per dare attuazione a quest’ultima. È evidente che il modello di democrazia propinato dai mercati finanziari non coincide con il modello costituzionale consegnatoci dalla Resistenza. E qui sta la ragione del fervore “riformatore” che ormai unifica tutto il ceto politico.

“Si è fatta strada, non per caso e non innocentemente – recita il documento La Via Maestra – l’idea che questa Costituzione sia superata; che essa impedisca l’ammodernamento del nostro Paese; che i diritti individuali e collettivi siano un freno allo sviluppo economico; che la solidarietà sia parola vuota; che i drammi e la disperazione di individui e famiglie siano un prezzo inevitabile da pagare; che la partecipazione politica e il Parlamento siano ostacoli; che il governo debba essere solo efficienza della politica economica al servizio degli investitori; che la vera Costituzione sia, dunque, un’altra: sia il Diktat dei mercati al quale tutto il resto deve subordinarsi. In una parola: s’è fatta strada l’idea che la democrazia abbia fatto il suo tempo e che si sia ormai in un tempo post-democratico: il tempo della sostituzione del governo della “tecnica” economico-finanziaria al governo della “politica” democratica. Così, si spiegano le “ineludibili riforme” – come sono state definite –, ineludibili per passare da una Costituzione all’altra. Ebbene noi a quest’idea che la Democrazia abbia fatto il suo tempo non vogliamo rassegnarci. Noi abbiamo un patrimonio da rivendicare, un patrimonio prezioso, che ci è stato consegnato dai martiri della Resistenza, sul quale abbiamo costruito la nostra identità come Comunità di uomini liberi organizzata in Stato e siamo convinti che non sarà possibile smantellare i caratteri originali e antifascisti della nostra Costituzione. L’impresa della grande controriforma è destinata all’insuccesso, perché la Costituzione italiana non è scritta sulla sabbia, i suoi princìpi fondamentali sono incisi, per dirla con parole di Calamandrei, sulla “roccia di un patto giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità, non per odio, decisi a riscattare la vergogna ed il terrore del mondo”.